L'idea della tuta venne a Thayaht durante la calda estate del 1919. Come egli stesso ricorda, i tessuti costavano cari ed il movimento delle folle era grigio per l'assoluta impossibilità di cambiare i vecchi vestiti con qualcosa di nuovo e di fresco. Ci voleva qualcosa che rompesse l'abitudine ai colori spenti ... così un giorno vide in una vetrina dei bei tessuti colorati  in cotone e canapa che costavano poco e si mise al lavoro. Nacque così, con la complicità del fratello minore, la tuta. L'abito fu proposto dal quotidiano La Nazione che allegò un modello in carta velina e fu subito un successo. L'abito, nato per tutti, venne oltretutto adottato anche dall'aristocrazia fiorentina che, come la marchesa Nannina Fossi Rucellai organizzò ricevimenti "rigorosamente in tuta", adottando anche le nuovissime calzature inventate sempre da Thayaht, i sandali "con l'occhio" detti anche "sandali di Firenze", portati in seguito da generazioni di  bambini italiani.

Tuta, tempera su carta, Thayaht 1919-1920

Tuta, inchiostro di china su carta, RAM 1920

Tuttintuta, inchiostro di china su carta, RAM 1920

Nel 1920 Thayaht spiegò di aver dato il nome "tuta" all'abito universale per quattro ragioni:

1) tuta la stoffa (metri 4.50, alta 0.70 )viene utilizzata e non rimane nemmeno uno sciavero, dunque c'è ECONOMIA DI TESSUTO

2) è una combinazione tuta di un pezzo, col minimo di cuciture, dunque ECONOMIA DI FATTURA;

3) veste tuta la persona e con soli sette bottoni ed una semplice cintura è già a posto, dunque ECONOMIA DI TEMPO;

4) fra poche settimane tuta la gente sarà in tuta e la maggiore comodità, il senso di benessere, la completa libertà di movimento, darà a chi la indossa un senso di ringiovanimento con effettivo risparmio di energia.

La consonante perduta si ritrova nella forma stessa della tuta, che ha appunto la forma di una T